Comune di Oliveto Citra

IL PITTORE DI SAN GERARDO

ERBERTO ANTONIO GAIFI

(1705-1770)
 

Nella Società Napoletana di Storia Patria si conserva un consistente nucleo di disegni ascrivibili a Erberto Antonio Gaifi, uno sconosciuto pittore del XVIII secolo. Una breve ricerca ha reso possibile delineare con maggiore precisione la figura di questo artista nato a Oliveto Citra, che visse e lavorò quasi sempre nella diocesi di Conza, dove è possibile tuttora ritrovare alcune sue opere, e che, a dispetto delle sue modeste capacità pittoriche, ebbe la singolare ventura di realizzare il “vero ritratto” di uno dei santi più amati del Mezzogiorno d’Italia, san Gerardo Maiella.
Erberto Antonio Gaifi
I disegni della Società di Storia Patria che si possono riferire a Erberto Antonio Gaifi sono in tutto 121, di cui solo 17 firmati o siglati, e “i rimanenti di agevole attribuzione, per analogia di andamento stilistico”; redigendone il catalogo, la curatrice sottolineava che il nome di Gaifi non compare in nessuno dei consueti repertori biografici di artisti.

Per rintracciare qualche sua opera si può iniziare dalla chiesa madre di Oliveto Citra, nella quale si conserva un quadro restaurato di recente che raffigura la Madonna del Rosario e reca la firma “E. Gaifi”.
La famiglia Gaifi o Gaisi è documentata dal 1691, anno in cui un “Pietro de Caisi” di Oliveto è citato nel manoscritto della Cronista conzana. Tuttavia è lo stesso pittore a fornire maggiori notizie su di sé negli atti del “catasto onciario”, nel 1745: “Io Erberto Antonio Gaifi di questa terra dell’Oliveto d’anni quaranta [...] rivelo (di) essere dipintore (e di) tenere la seguente famiglia [...] Eleonora Solofra moglie d’anni quarantacinque di questa terra, Domenico figlio d’anni quattro, Beatrice figlia di mesi sette. Abito in casa propria al luogo detto la Casalina”.
Dunque il pittore era nato nel 1705, nel periodo in cui era vescovo di Conza monsignor Gaetano Caracciolo, energico promotore del culto di sant’Erberto, ed era stato battezzato, come tanti altri abitanti di Oliveto e della diocesi conzana, col nome di due santi molto popolari in quei luoghi, Erberto e Antonio.
I primi disegni ascrivibili alla sua mano recano la data 1719, quando il giovane aveva solo quattordici anni. È impossibile dire chi lo abbia avviato allo studio della pittura, ma alcune annotazioni sui fogli fanno pensare che la sua formazione non avvenne solo in provincia; di sicuro compì almeno un viaggio a Napoli e a Roma.

In ogni caso i suoi modelli si possono desumere dai numerosi disegni in cui egli copia opere di Michelangelo, Annibale Carracci, Guido Reni, Andrea Sacchi, Giovanni Lanfranco, Corrado Giaquinto, Francesco Solimena e ancora, come annota lui stesso sui fogli, “Maratta” e “Benaschi”.
Due disegni datati 13 giugno 1720 attestano la presenza del giovane in Calitri, dove copia l’immagine di Cristo, della Vergine e di alcuni cherubini dal dipinto della Deposizione presente nella chiesa del monastero dell’Annunziata, mentre negli anni successivi non si hanno notizie sulla sua attività; è probabile che dopo il terremoto del 1732 Gaifi si allontanasse dal suo paese, sia per completare la sua formazione artistica, sia perché in quegli anni i centri della diocesi conzana distrutti dal sisma non potevano offrirgli molte occasioni di lavoro.
Il 22 maggio 1737 è a Napoli, impegnato a copiare un dipinto eseguito da Francesco Solimena per la chiesa napoletana dei Girolamini e riprodotto in un’incisione da “Joseph Maliar”, cioè Giuseppe Magliar, un valente allievo di Solimena morto in giovane età; è anche possibile che nel suo soggiorno napoletano Gaifi abbia frequentato la casa di Solimena, luogo di ritrovo e di formazione per tanti giovani artisti del Regno di Napoli. Un altro disegno che riproduce una Madonna dipinta da Ribera e un ritratto di San Bruno fa supporre una visita del giovane pittore alla certosa di San Martino.
Tre giorni dopo, il 25 maggio, lo troviamo a Roma, come testimoniano due disegni in cui copia la Morte di sant’Anna di Andrea Sacchi nella chiesa di San Carlo ai Catinari e il Martirio di sant’Andrea di Guido Reni conservato nella chiesa di San Gregorio Magno; il giovane non trascura di visitare la cappella Sistina, e in un altro foglio ritrae l’immagine di san Pietro dipinta da Michelangelo nel Giudizio Universale.
In quello che sembra un autoritratto, Gaifi si raffigura al cavalletto, in abbigliamento e posa simili a quelli dell’autoritratto di Annibale Carracci conservato a Brera; il disegno mostra un uomo barbuto di circa trenta-trentacinque anni, con i capelli ricci e la corporatura robusta.
È possibile che qualche tempo dopo il viaggio a Roma il pittore sia ritornato nel paese natale per stabilirvisi definitivamente; qui avrebbe contratto matrimonio intorno al 1740, cioè negli stessi anni in cui, grazie all’aiuto dell’arcivescovo Giuseppe Nicolai, iniziava la ricostruzione di molte delle chiese della diocesi, offrendo a un artista specializzato in soggetti sacri come Gaifi nuove importanti occasioni di lavoro.
Molti suoi disegni infatti ritraggono scene sacre e figure di santi venerati nel Mezzogiorno d’Italia, come un san Vito raffigurato nella consueta iconografia di un giovane con due cani al guinzaglio; sul foglio, probabilmente un disegno preparatorio per un dipinto, compare anche un’annotazione sul colore del manto, che “deve essere rosso, perché il santo fu martire”.
Tra i soggetti raffigurati compaiono san Giacomo, patrono dei pellegrini, san Rocco, santa Lucia, san Vincenzo Ferreri, richiesto probabilmente da qualche convento domenicano, mentre un foglio con i disegni della Madonna del Soccorso e di santa Monica potrebbe riferirsi a un’opera commissionata da qualche casa agostiniana. Un disegno della Madonna Incoronata, un soggetto ricorrente nelle sue opere, reca la scritta “nella mia cella in Sant’Andrea 7 gennaio 1742”, facendo pensare che in quel periodo il pittore lavorasse in Sant’Andrea di Conza, e abitasse nel seminario oppure nel convento della Consolazione.
Diversi disegni che ritraggono la Vergine del Rosario e altri santi domenicani sono probabilmente legati alla preparazione del quadro per la chiesa madre di Oliveto Citra. Il dipinto, realizzato secondo un modello iconografico molto comune, con san Domenico che riceve il rosario dalle mani della Vergine e con santa Caterina da Siena che accarezza il bambino Gesù, forse fu commissionato dalla confraternita laicale “sotto l’invocazione del Rosario” che esisteva in Oliveto e poi trasferito nella nuova “chiesa parrocchiale sotto il titolo di Santa Maria delle Misericordie”, costruita intorno al 1775.
 
 
Il ritratto di san Gerardo
A poca distanza dal paese natale di Gaifi c’era la terra di Caposele, dove nel 1748 i missionari della congregazione del Redentore avevano fondato la casa di Materdomini, raccogliendo in tutta la diocesi di Conza elemosine per finanziare la costruzione. Tra i religiosi impegnati nella questua c’era anche il giovane Gerardo Maiella (1726-1755), che avrebbe trascorso gli ultimi mesi della sua vita proprio nella casa di Materdomini, l’attuale santuario di San Gerardo.
Nell’estate del 1755 il giovane missionario si recò a Oliveto Citra, ospite dell’arciprete Salvadori; durante il periodo trascorso in paese Gerardo si distinse per alcuni miracoli, ricordati nelle biografie scritte dopo la sua morte, e lo stesso arciprete riferì di averlo visto levitare in estasi mentre abbracciava il Crocifisso. Una biografia ottocentesca racconta che, ritornato in Caposele per l’aggravarsi del suo stato di salute, Gerardo ricevette la visita di un pittore originario di Oliveto, al quale avrebbe prodigiosamente rivelato la morte del padre dell’arciprete Salvadori, avvenuta subito dopo la partenza del pittore dal suo paese natale. L’avvenimento è raccontato in modo un po’ romanzato, e va rilevato che le prime biografie di san Gerardo non sempre hanno retto il vaglio della critica storica; tuttavia attesta che il pittore, nel quale non è difficile riconoscere Gaifi, nel 1755 lavorava alla decorazione della chiesa di Materdomini e che aveva avuto occasione di conoscere Gerardo quando questi era ancora in vita. Così nel 1756, alcuni mesi dopo la scomparsa del santo, proprio Gaifi ricevette l’incarico di eseguirne il ritratto.
Anche in questa circostanza, narrano i biografi, gli avvenimenti ebbero natura miracolosa. Alla morte di Gerardo i padri di Materdomini avevano cercato invano un pittore per conservare un’immagine del confratello, secondo l’uso della loro congregazione, ma alla fine erano riusciti a ottenere solo due calchi in cera del viso del defunto; dopo alcuni mesi i religiosi incaricarono Gaifi affinché dalla maschera ricavasse un ritratto, ma il pittore, pur avendo conosciuto di persona il giovane missionario, non riusciva a ottenere un’immagine che gli somigliasse in modo soddisfacente. Alla fine per completare l’opera fu necessario un intervento soprannaturale:
 

“Non potendosi avere a tempo un pittore, per lo meno si fé fare una maschera
di cera [...]. Volendosi in seguito ritrarre dalla maschera il ritratto, il pittore non ci riusciva.
Ritrovandosi presente il padre rettore Cajone, già ritirato da fuori, Gerardo mio, disse, vedete,
che il ritratto non si fa: pensate voi farlo indovinare.
S’indovinò, ed attestò il pittore, che all’orecchio sentivasi una voce
che reggendo la mano, dettavagli come regolar dovea il pennello.
L’effigie fu fatta come nell’Oliveto fu veduto in estati dall’arciprete Salvatore;
cioè con una mano al petto, e coll’altra avendo il proprio Crocifisso.”
 

Dunque sarebbe stato il santo, dall’aldilà, a guidare la mano del pittore, facendogli realizzare il dipinto che tuttora si conserva nel santuario di Materdomini. Il quadro, un olio su tela nel quale il giovane missionario è ritratto in estasi con il crocifisso tra le mani, fu approvato dalla congregazione del Santissimo Redentore come la “vera effigie” di Gerardo Maiella e in seguito se ne trasse un’incisione, inserita anche nella prima biografia a stampa del giovane redentorista, scritta nel 1824 da padre Antonio Tannoja; da allora, con l’aumentare della devozione popolare verso Gerardo, il ritratto eseguito da Gaifi fu replicato in migliaia di copie.
In conclusione la vicenda raccontata da Tannoja, rimarcando la modesta perizia tecnica di Gaifi, considerato, con un giudizio forse troppo severo, “un semplice decoratore”, sembra suggerire un proposito divino nel voler conferire il privilegio di ritrarre un santo tanto amato non a un artista famoso, ma a un oscuro pittore di provincia, quasi a confermare, attraverso la scelta del ritrattista, che la predilezione per gli umili e per la gente del popolo costituiva uno dei tratti principali della personalità di san Gerardo.
 
FONTE: IL CALITRANO
Scritto da Emilio Ricciardi